Anna Armellino 

Anna pittrice è l'evoluzione dell'Anna appassionata di musica, conduttrice di programmi radiofonici e organizzatrice di eventi jazz. E' da questi ultimi che trae l'ispirazione per schizzi e disegni - tentativo di immortalare luci, ombre, umori ed emozioni - che diventeranno manifesti e copertine di cd. La sua esperienza si è poi ampliata alla pittura, attraverso l'uso di colori acrilici per restare fedele alla rapidità e all’improvvisazione di esecuzione che tale mezzo consente: l’idea, prima di iniziare, ma possibilità di cambio repentino. Possibilità di cambiamento e di evoluzione che esiste, o non esiste, nell'uomo e nella città oggetto di riflessione costante nelle opere di Anna Armellino.

Anna Armellino. Uscire dal labirinto

di Alessandra Redaelli

La complessa realtà di Anna Armellino va compresa a piccoli passi, nella spontaneità della chiacchierata, nell’approfondirsi della conoscenza. Proprio come la sua pittura, che va colta e apprezzata prima nella sua pienezza estetica immediata, ma che poi va studiata nei dettagli, capita, scandagliata non solo con lo sguardo ma anche con la testa e il cuore. Perché Anna è un’artista solare e tuttavia ricca di interessanti zone d’ombra. Risolta, ma a costo di un lavoro su se stessa che se non lascia tracce nel suo sguardo aperto, le ha però lasciate nella sua pittura composita e stratificata. Una pittura che è passata attraverso un’astrazione colma di colore, dove le geometrie andavano stemperandosi in oceani di materia pittorica, e attraverso la figurazione, ma sempre comandata dall’imperativo del colore. Una figurazione a tratti claustrofobica, che trovava il personaggio prigioniero in spazi inquietanti, indefiniti, sigillati. Perché la pittura di Anna non è mai fine a se stessa: non le basta un’ispirazione momentanea. Dietro c’è sempre una storia, un’indagine. Può essere la passione per i diritti civili e la giustizia, che la porta, durante i suoi viaggi, a visitare luoghi di detenzione e campi di prigionia, ad avventurarsi per quegli spazi intrisi di storia e di disperazione, lasciando che vengano assorbiti dalla sua memoria visiva per poi diventare altro. Oppure può essere la passione per la musica – per il jazz, ad essere precisi – che la spinge a dipingere strumenti stilizzati da decifrare lentamente sulla tela. O che le ispira partiture di colori che appaiono così palesemente dominate da un ritmo da finire per risuonare nel nostro sguardo e nella nostra mente come un motivo familiare.

Questa sorta di sottofondo musicale si percepisce anche nella nuova serie di lavori dell’artista, presentati oggi alla galleria Artesì. E già sfuggono le parole, se si cerca una definizione. Perché sebbene al primo sguardo appaiano astratti, si tratta in realtà di una figurazione nella quale si intravedono facciate di case, planimetrie di città e alberi spogli. Ma anche chiamarle vedute urbane sarebbe terribilmente riduttivo e fuorviante, perché se da una veduta urbana Anna è partita, quella, prima di arrivare alla tela, si è ribaltata, spalancata, aperta sulle due dimensioni; e si è voluta affogare nel vortice del colore prima di lasciarsi ingabbiare in una precisa scansione di ritmi formali che ne fa un trionfo di geometrie. Se alla lontana vi si può riconoscere una sorta di omaggio al cubismo (nello spalancarsi della forma e nello sdoppiarsi dei punti di vista, che sono al tempo stesso frontale e aereo), dentro c’è anche tanto della lezione di Kandinsky, quando ne Lo spirituale nell’arte scriveva: "È facile notare che certi colori sono potenziati da certe forme e indeboliti da altre. In ogni caso, i colori squillanti si intensificano se sono posti entro forme acute (per esempio il giallo in un triangolo); i colori che amano la profondità sono rafforzati da forme tonde (l’azzurro per esempio da un cerchio). È chiaro però che, se una forma è inadatta a un colore, non siamo di fronte a una «disarmonia», ma a una nuova possibilità, cioè a una nuova armonia." Il cubismo e Kandinsky, dicevamo dunque, addomesticati però nella disciplina di Piet Mondrian.

La fascinazione di questa serie di lavori di Anna sta nella sfida che l’artista ingaggia con lo spettatore, lasciandolo sempre in bilico tra l’ordine geometrico e la felicità di un colore libero e autonomo che ha tutta l’aria di voler prendere il sopravvento, di comunicare la sua gioia intrinseca. Tra la gabbia geometrica che stringe le campiture di colore da una parte, e dall’altra la natura selvaggia e libera rappresentata dalle linee curve dei rami dell’albero. L’origine di questi dipinti, del resto, è molto precisa: un’analisi di quanto oggi la città sia diventata gabbia, costrizione, addirittura elemento disgregante di quella socialità che all’origine avrebbe dovuto favorire.

I segni neri ricorrenti delle inferriate e delle griglie – di cui l’artista dissemina la scena – servono a sancire questa realtà di solitudine e di alienazione, così come la ripetitività di

e cromie, quasi a dare vita a dei caleidoscopi. E poi c’è l’albero, appunto, immancabile; ridotto però a uno scheletro spoglio che sembra allungare inutilmente le sue braccia legnose per restituire vita e autenticità laddove queste sono andate perdute. Eppure, nonostante la cruda sincerità del messaggio, questi dipinti non riescono a tacere la felicità profonda del colore. Un po’ come le prigioni che Anna Armellino dipingeva qualche anno fa, che diluivano il senso di costrizione dentro cromatismi pieni e talvolta addirittura sensuali.

Non sono mai metropoli reali, le sue, ma città immaginarie, filtrate dalla sua fantasia e costruite per libere associazioni emotive, per sinapsi. Come quelle scattate quando l’artista ha scoperto l’esistenza di Yiwu, la gigantesca commodity city cinese, a trecento chilometri a sud di Shangai, che in vent’anni si è trasformata da villaggio abbandonato tra risaie e campi di grano a centro mondiale per la produzione di oggetti di consumo di ogni tipo e per tutto il pianeta, oggetti che lì vengono venduti a prezzi 50, 200 e a volte addirittura 1000 volte inferiori a quelli correnti. Basti pensare che da lì proviene il 90% degli addobbi per gli alberi di Natale di tutto il mondo. Questo l’ha fatta, sì, diventare la città più ricca della Cina, con i suoi 5 milioni di metri quadri di spazi espositivi, le 300 imprese i 600 grattacieli e le centinaia di banche, ma l’ha anche trasformata in una terrificante metropoli-dormitorio per i 2 milioni di lavoratori che ha attratto da tutta la Cina e dai paesi limitrofi, un luogo dove i concetti di socialità e di relazione sono completamente stravolti.

E’ da realtà come questa che parte il viaggio emotivo di Anna Armellino alla ricerca di quello che le moderne metropoli ci hanno strappato, barattandocelo con una subdola forma di comodità. Dietro le sue campiture di colore sovrapposte, dietro le inferriate scure, dietro i rami spogli e contorti di quegli alberi agonizzanti sta la struggente nostalgia per quella vita di quartiere che oggi si è totalmente persa. Quella che consentiva ai bambini di giocare tranquilli per strada, non perché il mondo intorno fosse più buono, ma perché c’era sempre uno sguardo amorevole pronto a sorvegliarli, una condivisione di accudimenti. E anche quella che rendeva più lieve la vecchiaia.

Ed è da un’ispirazione molto simile che nasce anche Mr Exit, protagonista di una serie di disegni e di incisioni dell’artista e ospite anche della mostra in galleria. La ricerca di una via d’uscita – che sia reale, dal labirinto, o metaforica, dalle problematiche della vita, poco importa – prende qui la forma di una figura umana stilizzata, l’essenza della figura, lo scheletro, o l’anima, a seconda di come lo si voglia leggere. Un segno in bilico tra l’estetica del fumetto e le figure delle pitture rupestri, un essere asessuato dalle lunghe gambe inquiete e dalle braccia sottili, spesso spalancate alla ricerca del punto di equilibrio che gli eviterà di precipitare e gli permetterà di raggiungere, finalmente, l’agognata via d’uscita.

Nato quasi come un divertissement, Exit è diventato col tempo una presenza fondamentale per l’artista, una sorta di spirito giuda attraverso il quale mettersi di fronte alle incognite della vita con il giusto grado di disincanto, ma anche con un pizzico di sana ironia. Perché a volte basta davvero solo un palloncino per sollevarci da problemi che ci sembravano insormontabili, ma che visti dall’alto, da un’altra angolazione, quella stessa angolazione da cui la planimetria della città diventa una gioiosa partitura di colori, appaiono in tutta la loro piccolezza e in tutta la loro futile nullità.

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