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IL VERO E' STROPICCIATO. L'ARTE DI PIEGARE, E DI SPIEGARE

a cura di Cristina Muccioli

Umberto Fascio, Radice di mughetto

Il vero è stropicciato. L’arte di piegare e di spiegare a cura di Cristina Muccioli

Questa è dunque la verità (la vera forma, il vero aspetto) di mughetti e zucche? Il loro aspetto così difforme a occhio nudo ci inganna, sarebbe falsa? Ѐ proprio la scienza, che parte dalla percezione corporea ma si avvale della mediazione di strumenti sempre più potenti, ad avvertire come stantìo, inadatto, insufficiente il dualismo che le è stato sempre coessenziale tra vero e falso.

Non solo entrambe le immagini di un oggetto visto a occhio nudo e con l’ausilio di lenti sono vere, ma sono anche false sotto un certo profilo, poiché nessuna delle due è completa senza l’altra. Se, per fare un’ipotesi per assurdo, crescessimo in una nuova caverna platonica attrezzata di strumentazione tecnica all’avanguardia e vedessimo solo ingrandimenti di parti di oggetti, pur in un nitore e in una resa di dettaglio precisissimi, usciti dall’antro, o dal laboratorio, non saremmo in grado di riconoscere la differenza tra un fiore, un animale. Se, per converso, Antoni van Leeuwenhoeck nella seconda metà del Seicento non avesse costruito per diletto il primo microscopio, osservando con curiosità ancora infantile e meravigliata minuscole quantità della materia più comune, non sapremmo nemmeno dell’esistenza dei batteri, non avremmo gli antibiotici, né tutta la farmacopea e la medicina avanzata di cui disponiamo. La questione del vero è un intreccio, un intrico, un collimare di aspetti configgenti che richiamano gli scontri delle zolle continentali e oceaniche: il visibile e l’invisibile non sono speculari, non si confermano, sembrano elidersi a vicenda, eppure stanno insieme. Come per il fenomeno della deriva dei continenti, lo scontro di ciò che era separato produce corrugamenti della superficie, l’innalzarsi di catene montuose e di avvallamenti: la terra, e la Terra, si increspano, butterate di crateri e orlate di rilievi. Sin dai miti dagli antichi Greci, il luogo della verità era una pianura luminosa, dove niente increspava il terreno disegnando ombre, punti critici, oscuri. E piatta era la Terra prima della creazione divina, che non è stata immaginata ex nihilo nel libro del Genesi, ma originata da un’amplissima distesa omogenea: una tavola. La crosta terrestre è un mantello meraviglioso in cui, però, si annidano sapienza e insipienza, dottrina e ignoranza, verità e menzogna, chiarezza e illusione. Non è forse però, proprio per questo, più ‘vera’ la superficie della Terra rispetto a una sua idealistica origine omogenea, anonima, senza vita? 

Il principio di non contraddizione non tiene più. Niente è o una cosa ‘o’ l’altra, ma una cosa ‘e’ l’altra. La pelle del pianeta si piega, così come si sono formate nell’evoluzioni le circonvoluzioni cerebrali, così come si è complessificato il pensiero acquisendo la dimensione simbolica, affinando quella logica e cognitiva.    Ogni volta che chiediamo o diamo spiegazioni, togliamo pieghe.

Rispondiamo alle interrogazioni e ai problemi con le armi della ragione, con il dispiegarsi dei suoi strumenti: la logica calcolante, quella deduttiva, quella induttiva. Schematizziamo, astraiamo, analizziamo per sintetizzare, semplifichiamo, accordiamo contraddizioni su uno steso ‘piano’: mappiamo continuamente le nostre conoscenze in concetti e in immagini che li rappresentino. La mappa è distesa, scritta in un linguaggio universale, indisponibile alla controversia delle interpretazioni. Ma si sa, e al contempo non se ne è mai davvero consapevoli: la mappa non è il territorio, dove si aprono avvallamenti e sorgono rilievi a corrugare il tutto liscio bidimensionale della rappresentazione cartografica.

 

Ogni spiegazione, ogni tentativo di dis-piegare una realtà, è una strategia precisa, culturalmente orientata ad addomesticarla. Sviluppare, esplicare, evolvere e dispiegare sono correlati dell’avviluppare, dell’implicare, dell’involvere della materia, e del pensiero. In quei labirinti dell’anima e della sostanza materiale che continuamente si piega e cambia, è l’infinto a prendere forma.

Valeria Manfredda, fatta sua la lezione di Gilles Deleuze sulla piega come atto e tratto distintivo, definitorio del Barocco, a condizione che si ripeta all’infinito, specificava il grande interprete francese della filosofia di Gotfried Wilhelm Leibniz, progetta e realizza il suo lavoro. Cerca e trova, in una variante di pasta ortodontica, una sostanza adatta alla modellazione nelle mani di una scultrice. Ne ricava una sfera grande abbastanza per poter essere vista a occhio nudo, del diametro di 4 millimetri. La sagomatura, fatta al microscopio, è impercettibile, infinitesima, e asseconda la nostra propensione al fraintendimento: come immaginiamo, infatti una sfera? Come abbiamo sempre fatto prima che nel 1609 Galileo puntasse il suo telescopio sulla faccia della luna: come un corpo liscio, emblema di perfezione celeste imitata dai mappamondi.

Posizionata su un vetrino e osservata, magnificata, cioè fatta grande, da un microscopio confocale sottratto all’indagine scientifica, fotografata con obbiettivo macro Nikon, la piccola sfera camuffata, dipinta di nero per meglio riflettere la morfologia colpita dalla luce, svela ferite, scanalature che emettono bagliori placentari, sporgenze e rialzi: il vero è stropicciato, a tutto tondo.

 

Per Leibniz il concetto cartesiano di natura come estensione misurabile, quantificabile ma inerte non è che mera qualità astratta, geometrica che nulla di autenticamente ‘vero’ dice di qualsiasi corpo o fenomeno naturale. Secondo il filosofo e matematico tardo Seicentesco di Lipsia, quel che chiamiamo materia è, invece, espressione di una ‘forza viva’ che incessantemente la innerva, la anima e la trasforma facendola tendere all’espansione, limitata dalla forza passiva che ogni centro di forza (o fenomeno naturale) oppone ad un altro, reciprocamente.

Sembrano nozioni supplementarie, eccedenti lo spirito e la pratica artistica. Ancora una volta, non è come sembra.

L’energia, o forza viva leibniziana, non è qualcosa di passivamente corporeo, ma è un’attività.

Valeria Manfredda ha interpretato questo punto preciso della teoresi sul Barocco con la mira creativa di un arciere. Chiede anche la vitalità del corpo in azione dello spettatore che è invitato a chinarsi, a mettere a fuoco con aggiustamenti che vanno ricercati da ciascuno quel che giace sul vetrino. La percezione sensibile della sferula prima dell’osservazione con le lenti, e quella mediata dallo strumento microscopico si escludono e si rinviano a vicenda, si piegano l’uno nell’altro, si spiegano l’uno dall’altro.

Alcuni degli scatti di Manfredda, selezionati dall’artista per pittoricità e densità cromatica che sembra svaporare, riverberare fulgente in una porzione di immagine per addensarsi opaca in un’altra attigua, sono stati stampati e allestiti come si farebbe per un quadro.

Sul fondo, che non è stato ripulito prima dello sviluppo, si colgono corpuscoli semitrasparenti alieni alla sfera che fluttuano in un disordine perfettamente armonico. Si tratta di granelli di polvere che, durante le sperimentazioni e la finalizzazione degli scatti si è depositata sui vetrini. Anche la polvere, micro coagulo di materia volatile, è dinamica, è in movimento, e trova il suo limite, la sua stasi, a contatto di altri corpi che ne trattengono il volo invisibile. Nulla è banale agli occhi di un artista, così come a quelli di uno scienziato. La loro capacità a meravigliarsi dell’esistenza stessa di qualcosa, del fatto che ci sia invece che no, li accomuna - sollecitando risposte diverse - ed è alla base dell’interrogazione filosofica.

Nel dialogo platonico del Teeteto, l’interlocutore di Socrate dichiara “per gli dei, veramente io mi meraviglio, o Socrate, per cosa possano mai essere queste visioni e talvolta, guardandole intensamente, soffro le vertigini”. La battuta di penna platonica ripresa da Aristotele suona e risuona attualissima. Per ‘meravigliarsi’ gli antichi Greci usavano il verbo ‘thaumàzein’, che non faceva segno a una meraviglia generica, ma alla vertigine, allo sgomento, al colpo che prende a chi percepisce un problema, etimologicamente qualcosa che ti arriva addosso, che ti colpisce. Tutto ciò che nemmeno sfiora l’attenzione della ‘doxa’, dell’opinione comune, fa problema e meraviglia abissale per uno scienziato, e anche per un artista.

Il problema della polvere non ha meno dignità, non colpisce meno di quello di un corpo celeste.

La fera e i il pulviscolo sono una stella dardeggiante con i suoi satelliti, una costellazione costruita, inventata, voluta e imprevista nel suo assetto finale. Manfredda sceglie di non sistemare, di non barare in post produzione, di lasciare le pieghe, minutissime, di ciò che sappiamo e immaginiamo essere il minimale volume di ogni granello su qual che prima filava perfettamente liscio, preposto a s-piegare il vero della sfera, cioè la superficie del vetrino. La polvere volteggia nell’aria e poi si deposita. L’artista trasforma l’ incidente gravitazionale in atout, gli garantisce autonomia estetica.

 Può funzionare, con la complicità del nostro piegarci, del nostro frugare con lo sguardo per mettere in atto un paradosso manifesto: scoprire quello che abbiamo già trovato, grande appena 4 millimetri, ma individuabile e visibile.

Allora, con un’ulteriore flessione del reale e degli accadimenti, gli scatti stampati della sferetta ingrandita non saranno più immagine di quel piccolissimo oggetto annerito, ma del nostro approssimarci alla sua verità, curvandoci su di essa, inaugurando incessantemente un movimento di avvicinamento.

 

Ѐ a questo dinamismo corporeo e conoscitivo, estetico e psicologico che si ispirano le esecuzioni musicali di Altre Voci Ensemble, scelte capillarmente tra l’amplissimo e agile repertorio Novecentesco, con la direzione sensibile e sapiente del pianista Luca Benatti. Lo spettatore si fa ascoltatore errante: in un vero e proprio percorso che si snoda tra le opere i musicisti narreranno in note, senza parole, la propria riflessione acustica sul vero, stropicciato in variazioni di temi. In fondo, la ri-flessione è un flettere due volte, e poi ancora, insistentemente, all’infinto, su noi stessi, sulle nostre interrogazioni?

 

Cristina Muccioli

Valeria Manfredda, fase lavorazione Spiegami

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