LIBERTA'
Festival Filosofia

17.18.19 settembre 2021

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La mostra si propone di farci vedere, di rendere fisicamente percepibile l’esperienza della libertà, che di per sé è astratta, è metafisica.
Esperiamo, infatti, la libertà, quando siamo chiamati a decidere cosa fare, cosa dire, come agire, e siamo di fronte a più possibilità.
Una volta agito tutto è deciso, non c’è più spazio per essere liberi. Prima di questa decisione – che curiosamente contiene il verbo caedere (tagliare) – tutto è ancora possibile, e passibile di una nostra libera scelta. La quale può essere moralmente approvabile, o riprovevole, socialmente apprezzabile o disprezzabile, coraggiosa o vile, opportunistica o altruistica, temeraria o cauta, e così via. Ecco che, in ambito di giudizio, si torna all’astratto, anche una volta imboccata una strada e deciso un fare.
In fatto di morale, osservava con arguta ironia Immanuel Kant, siamo tutti professori, ma nessuno lo è a proposito di metafisica. Eppure, da liberi, siamo metafisici. Viviamo sospesi in una dimensione elettivamente umana che antecede ogni concretezza di gesto, di fatto e di detto. In quella parentesi attiva, grazie al linguaggio noi ci figuriamo, cioè ci facciamo immagine con pensiero e parola dei pro e dei contro di una determinata decisione da prendere. In questa zona invisibile, se non nella nostra interiorità, scelta dopo scelta configuriamo la nostra persona, il nostro stile di abitare il mondo. Il potere è verbo all’infinito, allude alle possibilità di essere mentre ci relazioniamo con gli altri.
Alessandra Calò con le sue cartografie su epidermide rende ibrida e fertile di possibilità l’identità dei soggetti fotografati, trascesi e dilatati in un paesaggio psichico di memoria attiva, allegorica e futuribile. Metafisicci, ulteriori rispetto a ogni datità somatica rintracciabile, questi cesellati e poetici lavori fotografici sono paradossali: invece di fermare, di catturare come sempre si dice, l’attimo in un click, lo aprono, lo dischiudono.
Maria Teresa Mori affronta la manipolazione simbolica di due segni arcaici e insaturi al contempo, la mela e il serpente, che hanno residenza stabile nell’immaginario collettivo e di ciascuno, a prescindere dalla confessione religiosa e dalla non appartenenza a nessuna chiesa. La bidimensione e la tridimensione (anche viva e animata) si fanno traccia, narrazione di un lungo, ostinato, meticoloso lavoro di scavo interiore alla ricerca di che cosa è stata e che cosa è oggi l’impalpabile ma decisiva questione della libertà. Un’esplorazione che sa parlare vicariamente anche allo spettatore.

Cristina Muccioli, curatrice

LIBERA DI DIVENTARMI

Alessandra Calò


La faccia della Terra diventa la sua faccia, la sua nuca, la sua schiena.
Fecondità dell’immaginazione emancipa lo scatto fotografico dalla richiesta burocratica di fedele rispecchiamento, di riconoscibilità documentale. Alessandra Calò da sempre con la fotografia esplora e si esplora, scopre con disvelamenti gentili, allude, non documenta. Nemmeno la logora retorica del fermare l’istante le appartiene. Non cattura, non immobilizza il tempo. Lo espande, lo mescola come farina e zucchero in una ciotola.
L’occhio è incastonato nel passato remoto del Wisconsin e della Pennsylvania, ora senza tempo. Salmon Creek, Orangeville, Westmoreland, Verona (del New Jersey), echi di atti fondativi, di ‘new’ innestato in un West non più ‘far’, ma ‘home’. L’Indian River, senza sorgente né foce, è un capillare che attraversa la cornea e la pupilla come un lampo che sta, che non tremula, ma resta crepa, indizio di un sommovimento interiore. Lo spazio interiore di Alessandra Calò, sprigionato, tolto di prigione, smargina spazi, epoche, confini, fa della confusione un momento metamorfico di suggestione ipnotica.
Il tono seppiato della stampa fotografica allude a quello della carta che, come la pelle, invecchia. Le mappe antiche raccontano che uno stesso luogo cambia nome, cambia identità e morfologia. Più città, oggi, sobborghi, gentrificazione, ammodernamento nominalistico, linee ferroviarie, ponti, strade... eppure è la stessa terra, gli stessi spazi.
Il nostro stesso corpo, sin troppo depositario di identificazione di tutto il nostro essere, è territorio già saputo, già dato per scontato nella sua appartenenza a un genere sin dalla nascita. A partire dal corpo, sembra non esserci data alcuna libertà identitaria, alcuna possibilità di trascendere la datità somatica, la dittatura dei genitali che ha organizzato per sola funzione (come per gli oggetti d’uso) la nostra possibilità
di essere felici, di essere noi stessi. Queste immagini erano nate nel 2018 da una riflessione di Alessandra Calò sulla questione, finalmente emersa a livello di dibattito pubblico e politico, non senza esecrabili derive repressive, dell’identità di genere, sotto il titolo di Kochan, che in giapponese vuol dire divino, ma anche barriera, e che nel romanzo di Yukio Mishima Confessioni di una maschera è il nome di un bimbo, il protagonista. Kochan indossa di se stesso l’apparenza che lo fa sentire accolto, accettato, eterosessuale. Il suo doppio non ha nulla a che fare con un inveramento di sé, una maggiore e veritiera affermazione di sé, delle proprie pulsioni e desideri. È invece una gabbia gentile, una prigione volontaria che soffoca e condanna la propria eccedenza rispetto all’omologazione sociale.
Calò empaticamente ascolta Kochan, esaudisce il travalicamento del soma, sconfina, espatria, reinventa, ridisegna, libera.
Sulla vertebra cervicale sembra tatuato Plymouth. Opposto di segno cardinale, fuori dai perimetri somatici, si legge Calais. Una partenza e un approdo con la spina dorsale come valico. L’Isle of Man si accasa sulla nuca, tra i capelli raccolti dal gesto gentile di un’acconciatura provvisoria, le dita come pettine. Si segue col dito una geografia di convivenze territoriali controfattuali ma possibili. Infinito è il regno della possibilità, del rimescolamento del reale, della sua reinvenzione.
Il corpo è sempre a fondamento, è supporto di cartografia immaginaria, ma anche onirica, fatta di sogni a occhi spalancati, di volontà di dilatazione e soprattutto di riscrittura dei confini, anche temporali. Queste carte sono state recuperate da Alessandra Calò da un antico archivio della New York Public Library, marcano estensioni e porzioni di mondo oggi già cambiato, quindi scomparso. Calò le riattiva, facendo della geografia la sua espressione letterale: una scrittura (grafia) sulla pelle della Terra (Ghè, geo).
La nostra vita è scritta e inscritta nel nostro corpo, affiora sulla pelle, a volte innescando supremazie e sottomissioni arbitrarie, crudeli, per il suo solo colore. Come la carta da stampa della fotografia, la pelle è impressionata da quel che viviamo, che affrontiamo, che subiamo, a partire dal taglio del cordone ombelicale alla nascita, con il suo resto di cicatrice. Una cicatrice è il primo segno visibile e indelebile del nostro venire alla luce, del nostro nascere.
Si tratta già di una seconda vita, perché la prima è cominciata, cresciuta, cambiata e metamorfosata nel grembo materno. Non ne abbiamo ricordo, non ne abbiamo coscienza ma conoscenza, la quale non basta per scegliere. La consapevolezza, il portare con sé, non solo su di sé i segni dell’agire e del patire, i nostri ricordi, le nostre memorie sono stelle polari per le nostre scelte, per la nostra espressione di libertà.
Questi scatti sono vestiti di una seconda pelle, indossano visione, progetto.
Nessuno ha visione prima di aver visto, prima di aver fatto esperienza, di aver sofferto e gioito, imparato e dimenticato, guadagnato e perduto, fatto e disfatto. La visione nasce dalla disfatta della vista, perché la datità cruda (e nuda) non soddisfa, oppure ferisce, costringe, soffoca. Il vero visionario non è disancorato dalla realtà, bensì la presuppone, parte dalla realtà per sovvertirla, destrutturarla, ricomporla, allargarla.
Con queste visioni l’artista parte da sé, dall’inaggirabile di sé che è il suo corpo, e lo ammanta di alterità fino a che l’alterità si fa seconda pelle. Si fa seconda vita, la sola vita che può dirsi e può farsi libera. La seconda, ulteriore vita comincia quando si comincia a disegnarla, a prendere le distanze dalla prima. Un autoritratto fotografico o pittorico è sempre un guardarsi da fuori, da una certa distanza, è gesto iniziatico per il rito del diventare se stessi, di liberarsi da ciò che non si è potuto scegliere, capitato o subito. Spazi e scenari di cui nemmeno si immaginava l’esistenza paiono sprigionare da dentro, affiorare alla propria pelle. La visionarietà implica revisione.
Queste mappe epidermiche non sono la copia di qualcosa, di qualcuno che esiste. È quel qualcuno, semmai, che aspira a diventare prova visiva della rappresentazione, traduzione tridimensionale di un desiderio, di una volontà. Questa volontà di divenire non ha a che fare col divenire ineluttabile cui siamo tutti sottomessi in quanto corpi, in quanto mortali, altrimenti non sarebbe volontà. Si tratta del divenire che decide dell’avvenire, del proprio, che è conseguente al passato ma che lo setaccia, scartando sterilità di esperienze, tenendo lampi di fiumi e nomi di città per mappare quel che abbiamo fatto di tutto quello che abbiamo vissuto.
La vita è un’opera, una messa in opera di intenzioni (tensioni verso) con risorse, con energie resilienti di cui non si sospettava nemmeno l’esistenza. In questa nebulosa in potenza che è la nostra energia interiore, in questo nostro prenderci in mano, rimapparci, ridisegnarci, c’è libertà.
Libertà di essere conseguente alla libertà di diventarmi, di fare il più possibile di me ciò che desidero, che mi appartiene, mi somiglia, mi sorride. Anche nei fianchi, tra le scapole, nella nuca.
                                                                                                                                                                                                              Cristina Muccioli

LIBERO ME A MALO

Maria Teresa Mori


Il mondo contemporaneo ha dismesso e archiviato il divino, e con esso qualsiasi forma di trascendenza. L’arte (con essa anche la musica e la letteratura) è l’unica a detenere il potere di salvaguardare l’invisibile nel visibile.
Maria Teresa Mori ribadisce, tacitamente come sempre, attraverso immagini e artefatti, che noi non incontriamo mai cose, oggetti, nude percezioni visive, ma simboli. Non c’è bisogno di disturbare il serpente, sua Eccellenza ontologica, sua Maestà allegorica. Basta una mela.
Vediamo mele? No. Anche se post volterriani iper-razionalisti, concreti e pragmatici, noi umani non vediamo la mela quando vediamo una mela. Ci vediamo la coltivazione, la mano del contadino o la agro robotizzazione, la nicchia bio o la regia di design che allestisce scaffali e mega vassoi espositivi nei centri commerciali dove, come insegna a prescindere dai ‘non credo’, mela e serpente si evocano simbolicamente a vicenda dalla notte dei tempi della nostra immaginazione collettiva. Proviamo a partire dal serpente, iconico protagonista senza nome del video di Tessi Mori (chi scrive non vede Maria Tersa, ma Tessi).
Immagine di tutte le immagini per l’insidia che rappresenta, per la sfida pericolosa all’organizzazione simbolico del mondo in cui proviamo a vivere manipolandolo per concetti, sin dal libro dei libri, l’Antico Testamento, si pone come discordanza incarnata.
Riccardo Falcinelli , ogni singolo frutto deve essere uguale agli altri per dimensione, forma o colore, altrimenti verrà scartato per diffidenza e timore di inferiorità qualitativa.
Mosè supplicò il Signore per il suo popolo. Allora il Signore disse a Mosè: “Fa’ un serpente di metallo e fissalo in cima a una pertica. Chi sarà morso da un serpente e guarderà quello di metallo, salverà la propria vita!” 2
Mosè fuse un serpente di bronzo e lo pose in cima a una pertica. Da allora, chiunque veniva morso da un serpente e guardava il serpente di bronzo, restava in vita.
Questo passaggio nel testo biblico è imbarazzante, in contraddizione manifesta con il precetto iconoclastico enunciato nel Libro dell’Esodo3come quarto comandamento. L’immagine danna, o salva – e non metaforicamente, perché salva la pelle dal morso di un serpente velenoso -?
A Palazzo Vecchio a Firenze, nella cappella di Eleonora da Toledo, Il Bronzino affrescò vividamente la scena biblica del Libro dei Numeri, in cui gli Ebrei in fuga dall’Egitto, stanchi e insofferenti per l’assenza di gusto del ristoro della manna, protestano. Dio si incollerisce, invia loro serpenti velenosi che fanno strame di gente. Piovono serpi assassine dal cielo, i colpiti si contorcono in urla e spasimi di dolore addolcito dalla luminosità e sensualità coloristica del principe degli artisti alla corte di Cosimo I de’ Medici, sapiente erede di Michelangelo. I sopravvissuti supplicano Mosè che trovi un rimedio, che ottenga perdono per aver fatto incollerire la divinità. La soluzione è nel male stesso, reso immagine.
Ecco qual è il punto di giuntura tra i due corni del dilemma iconoclastico e iconofilo, nella distanza. Volgere lo sguardo verso l’alto è salvifico, trattare l’immagine del serpente di bronzo come un vettore per l’innalzamento dello sguardo, mantenendo dunque distanza tra sé e il serpente, tra sé e la sua rappresentazione, salva. Fare del simulacro un oggetto idolatrico, danna. L’immagine sia mezzo, non fine contemplativo, adulatorio, o si adorerà il serpente in sé.
La relazione con l’immagine, il tipo di relazione che instauriamo con l’immagine (dipendente, invischiante, travisante oppure attiva, dialettica, innescante riflessioni, nuova consapevolezza, risvegli) è dirimente, decisivo per la nostra manipolazione simbolica del mondo, per i nostri comportamenti.
Tessi Mori mette al centro del suo lavoro un serpente, un pitone, vero e vivo, filmato. Dunque, un’immagine del serpente. Figure, frames di un emblema assoluto e mai saturo di interpretazione, di emanazione di potenza simbolica della possibilità del male. Non del male, ma della libertà di cedervi, di porgli ascolto, di assecondarlo, di fidarsene, o di resistergli.
Il serpente nel Libro del Genesi è tentazione, non male, ma la possibilità del male. Si avviluppa e discende dall’albero della conoscenza. Senza che lo si conosca non si conosce né si compie il bene, non di distingue, non si valuta, non si sceglie, non si è liberi. Senza taglio netto tra un agire e un altro, senza separare il male dal bene non si fa alcun male, non si fa alcun bene. Di qui le dissezioni chirurgiche sulla buccia e sulla polpa della mela, delle mele anzi, delle occasioni succose e fragranti (altro che manna) ponderate senza fretta, con attenzione, da una Eva che non mostra il volto perché ogni volto vi si possa riconoscere.
La libertà di scegliere non allevia, non semplifica, non risolve. La libertà complica l’esistente. Sarebbe intuitivo fuggire le complicazioni, gli affanni, le conseguenze nefaste se questo stato di latenza, di possibilità, non si presentasse così seducente. Spire di languore, sguardo vitreo e movimenti sinuosi, eleganti, sensuali, delicati dell’allettamento, addirittura sembianza di docilità e mansuetudine del virtuoso del raggiro, tutto serve al serpente per catalizzare l’attenzione su di sé, distogliendola dal peccato, dal frutto del peccato, dal male: dalla mela. In quadrature di una lucentezza albina quasi abrasiva, abbaglio senza ombre di un bianco lunare, omogeneo, igienico, incastonano il rettile posto su un piedistallo, su un posto d’onore, come Mosè l’aveva posto su una pertica, da istruzioni dirette della divinità.
Il pitone non morde, strangola. Non subito, perderebbe la preda che si accorgerebbe per tempo dell’agguato mortale. Prima si aggomitola intorno ad essa, quasi a rassicurarla. Una tecnica di caccia di strategia raffinatissima, quella del condurre a sé, del sé-ducere.
Con acribia interpretativa di chi mette i puntini sulla i della Scrittura, Michelangelo4 aveva dipinto una pianta di fico come simbolo della conoscenza, il famoso albero del bene e del male, con le foglie larghe abbastanza da coprire le pudenda dei due esseri mitici divenuti pienamente umani dopo aver peccato, dopo aver scelto, dopo non essersi limitati a ubbidire al divieto. Ma mela e male trovano famiglia etimologica, radici fiore e frutto nella lingua, nelle immagini che ce ne facciamo, e per tutti la mela, nella sua disponibilità generosa in tutte le stagioni, nella sua bontà non squisitissima (come la polpa del fico), a poco prezzo, diventa ‘il perché no’ delle scelte sbagliate che crediamo libere.
A persuasione ultimata, è l’abbraccio cauto delle mani di Eva ad avvolgere il serpente, per spostarlo e renderlo pieno principio attivo su un cumulo di tentazioni, di opzioni verde squillante, senza una macchiolina ad avvisare - come nella Fiscella di Caravaggio5- della trappola mortifera che ogni abbondanza e delizia covano in sé.
Anche Eva aggira e si aggira intorno alle mele, a lungo. Esita, indugia, pondera, valuta, e sin qui ancora è libera. Poi sceglie, e la sua libertà cessa. Da ora in poi ci saranno solo le conseguenze del suo libero agire. Non è stata costretta, c’è stata collusione, partecipazione, adesione all’invito del serpente. Ne sceglie una e la sbuccia, poi la affetta, e dispone le fette secondo una sintassi precisa sul piano del piedistallo. Taglia, decide irreparabilmente, crea scarto e polpa, poi butta tutto solo per fare una scelta ulteriore, tra tante che a noi paiono identiche. Una mela dopo l’altra, un’insoddisfazione dopo l’altra, un abbaglio dopo l’altro, con il serpente guida che ammicca, danza la sua natura strisciante in alto e in basso, a destra e a sinistra, come a ribadire la ricchezza delle possibilità. Drammatica anatomia della sequenza del gesto di scegliere, e poi del voler capire a ritroso, spietatamente, ogni aspetto di quella scelta. A ritroso perché vedere una scena implica l’averla prima pensata, provata e girata.
Questo registro teatrale e proiettivo della libertà in azione sarà incipit e fine ad ogni visione, sarà ripetizione fedele che consentirà a chi la guarda di smarcarsi da altre interpretazioni troppo accondiscendenti, troppo benevole sul non sapere, sul non capire che si stava facendo. Lo sappiamo ora, lo sappiamo passo per passo, mossa per mossa, spira per spira. Ognuno di noi, ora, può dire libero me a malo.
                                                                                                                                                                                                              Cristina Muccioli


1 Riccardo Falcinelli Critica portatile al Visual Design, Einaudi, To, 2014.
2 Bibbia, Numeri, 21 8-9
3 Non ti farai idolo né immagine alcuna di ciò che è lassù nel cielo né di ciò che è quaggiù sulla terra, né di ciò che è nelle acque sotto la terra. Es. 20, 2-17
4 Michelangelo, Peccato originale e cacciata dal Paradiso Terrestre, 1510 cappella sistina, Roma. 5 Caravaggio, Canestra di frutta, 1597 ca, Pinacoteca Ambrosiana, Milano